Cooperativa sociale Il Pellicano

Nelle comunità di recupero come nelle Rsa, a più di tre mesi dall’inizio del lockdown è sempre impossibile uscire dalle strutture e si è ancora in attesa di regole chiare sulle visite di chi arriva da fuori.

Una situazione umanamente molto complicata e per la quale al momento è difficile vedere una fine, spiega Giuseppe Castelvecchio, fondatore e responsabile della comunità Il Pellicano di Castiraga Vidardo, dove all’isolamento esterno si è aggiunto nelle settimane scorse anche quello interno. Infatti, la positività al coronavirus ha costretto alla quarantena alcuni dei 27 ospiti, con l’individuazione di locali dove accoglierli e l’adozione di più stringenti misure di separazione per tutti gli altri, sia nelle camere sia in cucina, oltre che nei luoghi normalmente adibiti al lavoro.

È proprio a permettere il distanziamento e la prevenzione della malattia che sono serviti i 2.440 euro arrivati alla cooperativa sociale Il Pellicano dalla Fondazione. Grazie alle risorse del Fondo Emergenza Coronavirus, Castelvecchio e i suoi collaboratori hanno potuto acquistare i dispositivi di protezione individuale e il materiale per costruire le barriere fisiche da posizionare negli spazi comuni. “All’interno della nostra falegnameria – spiega il responsabile – siamo riusciti così a produrre 30 divisori che abbiamo messo nelle camere per garantire il distanziamento notturno, tra un letto e l’altro. Abbiamo comprato anche i Dpi utilizzati da tutto lo staff della cooperativa oltre che le mascherine, le visiere e i guanti indossati dalla nostra utenza”.

Inoltre, le risorse sono servite a convertire il laboratorio interno, normalmente adibito alla preparazione di composte e miele da vendere sui mercati, alla produzione di disinfettante, poi distribuito attraverso appositi dispenser posizionati in punti strategici nella comunità.
Il Fondo Emergenza Coronavirus è nato proprio per offrire alle realtà del terzo settore e del volontariato, impegnate a fornire servizi essenziali alla fase deboli della popolazione, il supporto necessario ad affrontare le situazioni di crisi e le spese impreviste collegate all’emergenza sanitaria. 

Ancora non si sa quanto dovrà durare la chiusura del Pellicano al mondo esterno. Si attendono linee guida precise, ma non fa ben sperare l’equiparazione delle comunità terapeutiche alle case di riposo per anziani. Diversa è l’utenza e differenti sono anche le esigenze. Per ora, spiega Giuseppe Castelvecchio, “persiste il divieto assoluto di uscire, e gli ospiti cominciano a pestare un po’ i piedi di fronte alla prospettiva di un isolamento forzato che duri ancora a lungo: ormai si possono muovere tutti, si lamentano, e gli unici a restare isolati siamo noi. Anche per le visite, da quello che ci è stato anticipato, ci darebbero l’autorizzazione per non più di due persone, solo all’aperto e a distanza di almeno due metri dagli ospiti”.

Per ora, l’unico collegamento ripristinato tra “dentro” e “fuori” è quello con Lodi per andare a prendere e riportare i due titolari di borse lavoro impegnati negli orti del Pellicano, che sono annessi alla struttura di Castiraga Vidardo.
“ Ci siamo dovuti attrezzare con un pulmino – precisa Castelvecchio – perché non essendo congiunti tra loro, non possono viaggiare vicini da Lodi a qui, così uno si siede a metà pulmino e uno in fondo per mantenere le distanze. Abbiamo dovuto anche cambiare gli orari e farli venire di sabato per evitare contatti con gli ospiti della comunità e per lo stesso motivo non possiamo neppure offrire loro il pranzo”. Perché la cucina è già strutturata su tre turni per permettere a tutti di mangiare in sicurezza.

Come detto, gli utenti hanno fatto i tamponi, permettendo di individuare e risolvere le situazioni a rischio. Ma i tredici operatori non hanno potuto nemmeno fare i test sierologici: “Le autorità sanitarie ci hanno chiamato due settimane fa, hanno voluto sapere nel giro di due ore quanti eravamo, ma ad oggi nessuno si è ancora fatto vivo per farci i test, che per noi sono importanti, perché la paura degli operatori non è quella di contagiarsi in comunità, ma di portarlo qui dentro inavvertitamente”.

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